FOTOGIORNALISMO: considerazioni sul fotogiornalismo

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Riporto di seguito le mie personali considerazioni sul mondo del fotogiornalismo, a seguito dell’incontro che ho organizzato sul tema nell’ambito dell’attività dell’Associazione Fotografica EffeZERO. Naturalmente l’argomento richiederebbe ben altri approfondimenti. Spero quindi di offrirvi alcuni spunti di riflessione e di confronto. 

Il fotogiornalismo è una pratica fotografica attraverso la quale si producono immagini per l’informazione. Una notizia corredata da un’immagine è più appetibile e svolge meglio il suo compito di informare il maggior numero di lettori possibile. L’attuale mondo dei media ha subìto una vera e propria rivoluzione negli ultimi 15 anni, con l’avvento del digitale e del web. Gli spazi per le news sono illimitati e aprire una pagina web è alla portata di chiunque, tanto che se ne contano a miliardi e offrono contenuti di qualsiasi tipo.

In questa jungla di news e di immagini sia il giornalista autore del testo che il lettore devono destreggiarsi come sinapsi collegate con il maggior numero di fonti possibili. In questo modo le notizie vengono rilanciate alla velocità di un click, rimbalzando da un network all’altro e raggiungendo così in tempo reale un numero spropositato di utenti. Col risultato che, soprattutto per il lettore, in mancanza di una solida base culturale si rischia di non sapere più quale peso dare alle singole news. Ma mentre il linguaggio scritto è facilmente comprensibile e analizzabile, così non è per le immagini delle news, che per il lettore medio hanno un’aura di verità assoluta, derivatagli dallo status di fedele copia della realtà. Ogni fotografo che voglia definirsi tale dovrebbe ben sapere che la fotografia è un’interpretazione, più o meno fedele, da parte dell’autore, di una porzione di realtà, e il suo messaggio può cambiare a seconda del contesto in cui viene inserita. Inoltre, a differenza del testo e del video, è percepita istantaneamente nella sua interezza dal profondo della nostra ratio. Per questo una foto (o una serie di foto) riesce a farci compiere un vero e proprio tuffo in un mondo di emozioni e sensazioni. Questa è la prerogativa delle buone fotografie. Soprattutto nel fotogiornalismo, infatti, vale il discorso del “buono è meglio che bello”. Una fotonews deve raccontare piuttosto che stupire, deve contenere sostanza, anche a discapito dell’estetica o della tecnica: le cartoline sono belle a vedersi ma non comunicano notizie. La storia del fotogiornalismo, a questo proposito, è costellata di foto “sporche”, tecnicamente imperfette, ma che per la forza contenuta riescono a fare di queste mancanze uno dei loro punti di forza. L’esempio più eclatante è la sequenza dello sbarco alleato durante il D-day scattata da Robert Capa. Undici fotogrammi, mossi, slavati, confusi, si salvarono da un disgraziatissimo processo di fotosviluppo che rischiò di cancellare un documento di valore incalcolabile. Quegli undici fotogrammi sono oggi un simbolo, al pari della sabbia insanguinata di quelle spiagge, i cavalli di frigia o i bunker a difesa della costa.

Quanto sopra ci deve far riflettere su quanto difficile sia, al giorno d’oggi, fare fotogiornalismo. Per chi inizia si apre la prospettiva di un’eterna gavetta. Il fotografo dipendente non esiste più; solo eterne collaborazioni temporanee remunerate peggio di un manorba, a causa dello spaventoso numero di immagini che ogni secondo vengono pubblicate on line. I vecchi fotografi analogici passati al digitale, o meglio quelli che sono sopravvissuti, hanno dovuto reinventarsi un mestiere, continuando a lavorare solo grazie alla propria personale rete di conoscenze all’interno delle redazioni che ancora investono nella fotografia autorale. Nella stragrande maggioranza dei casi parliamo di fotografi freelance o collaboratori di agenzie in eterno overshooting, quasi a voler competere con i frames di un video, nella speranza di fornire le immagini adatte a ogni tipo di testata. Perché ormai si fotografa non più secondo il proprio stile o tenendo conto di una progettualità dell’immagine-messaggio, ma secondo la linea editoriale delle testate giornalistiche, o peggio si standardizza l’immagine perché così rimane in archivio, pronta a saltar fuori per ogni occasione.

Nella storia del fotogiornalismo le prime immagini sono state inserite nei quotidiani sul finire dell’800 per illustrare gli articoli. Ben presto si capì che anche le sole immagini potevano raccontare una storia, e con l’avvento dei magazines (Life Magazine uscì nel 1936) si ebbe una inversione dei rapporti di forza tra testo e immagine. Con l’avvento della TV, che ha catturato il grande pubblico con un servizio istantaneo di news, spianate su un palinsesto di contenuti basati sul disimpegno mentale, la stampa ha perso il suo ruolo e, soprattutto, i soldi degli inserzionisti pubblicitari, tanto da dover chiudere i battenti. La fotografia è ritornata ad essere semplice illustrazione, mentre il testo, lungi da riaffermarsi come fulcro del messaggio, è diventato l’indicizzante dato, dalla grammatica zoppicante, di un contenitore prodotto non da giornalisti ma da spin-doctors, esperti di visual-marketing e linee editoriali totalmente ideologizzate.  Con il risultato che in fase di assignment si fotografa un combattente palestinese che potrà benissimo corredare un articolo sugli scontri in Libia, si prende un mercenario congolese e lo si appiccica a un servizio sul Corno d’Africa, e se nell’immagine c’è qualche elemento di disturbo, basta un colpo di timbro clone, e via verso i nuovi lidi del Fotostock dell’informazione. E poi, diciamocelo, perché pagare delle foto quando i neopatentati del sensore diicsquattordicimegapixel fanno a spinte per regalare i loro scatti pur di essere pubblicati? Per carità, legittimo da parte loro, è anche questo un modo (forse l’unico modo, attualmente) per iniziare, ma questa corsa al ribasso ha tragicamente abbassato la qualità media (escluse rare eccezioni) delle immagini delle news, sulla stampa come sul web. Il nuovo credo dei capiredattori è il cosiddetto pay-per-click. Contano solo gli accessi, che magicamente si tramutano in  soldi offerti dagli inserzionisti pubblicitari. E la gallery sull’attentato terroristico con decine di morti finisce di fianco a quella sulla soubrette di turno che si mostra come natura l’ha fatta. Cos’è che non va?

Manca la cultura. Generale, ma soprattutto visiva. O meglio, ognuno ha la sua, formatasi sin dalla nascita attraverso l’immagazzinamento delle immagini con le quali siamo cresciuti. Questo continuo flusso visivo (filmati, foto, grafiche) non è mai stato controllato o spiegato. Ebbene, tutto questo è controllabile, così come si fa con gli altri tipi di linguaggio. Molti spiegano questa differenza di gestibilità con la mancanza, da parte del linguaggio visivo in genere e fotografico in particolare, di un “codice”: una grammatica netta delle figure e delle forme, una definizione immediata dei vari piani di lettura: iconico, plastico, simbolico. Questa differenza di lettura (che come abbiamo visto è allo stesso tempo il vantaggio dell’immagine sugli altri media) provoca un uso scorretto (spesso un abuso) del processo di comunicazione visiva, col risultato di saturare di immagini le persone che, al momento di ritrovarsi nelle piazze digitali 2.0, non trovano di meglio che abboffarsi e rigurgitare video e foto (ma anche parole, in tal senso siamo sulla stessa barca) senza il minimo controllo. Negli Stati Uniti la fotografia si insegna nelle high schools e ogni università ha il suo onesto corso di fotogiornalismo. Nel Regno Unito cronisti e fotoreporter sono stati parificati (per importanza, responsabilità, retribuzione e competenze) sin dagli anni trenta. In Italia il fotogiornalista è visto nella sua accezione più negativa, probabilmente a causa dei fasti del cinema neorealista che ha dominato la scena nel momento clou del boom socio-economico, relegando il fotogiornalismo a fenomeno gossipparo o poco più (ma non può essere questo l’unico motivo). E’ un dato di fatto che a differenza di nomi di cineasti quali Fellini, De Sica, Antognoni, Visconti, Rossellini, i grandi della fotografia italiana rimangono sconosciuti ai più. Permangono singoli episodi fortunati dove si studia e si fa fotografia, ma parliamo di costosi master privati e singole micro-comunità; in definitiva roba per addetti ai lavori.

La scuola pubblica dovrebbe assumersi, in Italia, questo compito. Scavando nell’immaginario visivo collettivo come farebbe un archeologo o uno psicologo junghiano, storicizzando questo patrimonio recente ed elaborandolo in modo da poter analizzare il presente, nell’ambito di una storia della comunicazione visiva che non si limiti a un semplice corso di storia dell’arte. Per poi fornire ad ognuno di noi i mezzi per coltivare da sé la propria cultura visiva e scegliere con cognizione di causa gli elementi per una corretta comunicazione visuale. Attualmente le fonti iconografiche sono troppe e in tale situazione d’ignoranza si rischia nella migliore delle ipotesi di contribuire al marasma iconico, nella peggiore di far la fine dell’asino di Buridano (che davanti a vari tipi di cibo, morì di fame perché non si decise a scegliere). L’immagine è un testo. Va letta correttamente per capirne il messaggio originario. Perché dietro a ogni immagine ci dovrebbe essere un fotografo, ma prima ancora un’idea da comunicare. O almeno si spera.

Alessandro Cani

Il link dello slideshow di immagini icone del fotogiornalismo italiano e internazionale che ho utilizzato durante la serata incontro sul fotogiornalismo nella sede dell’Associazione Fotografica EffeZERO.

Per approfondire:

Andrea Pogliano – Le immagini delle notizie. Sociologia del fotogiornalismo – Unicopli, 2009
Neri Fadigati – Il mestiere di vedere – Plus Edizioni, 2009
AA.VV. – A history of photograph – Taschen 2007
Ando Gilardi – Meglio ladro che fotografo – Mondadori, 2007
Uliano Lucas – Il fotogiornalismo in Italia, linee di tendenza – catalogo della mostra
John G. Morris – Get the picture. Una storia personal del fotogiornalismo – Contrasto, 2011
Ferdinando Scianna – Etica e fotogiornalismo – Electa, 2010
Italo Zannier – Fotogiornalismo in Italia oggi – Corbo e Fiore, 1993

Siti consigliati:

www.huffingtonpost.com – Quotidiano online che ha recentemente vinto il premio Pulitzer
www.onoffpicture.com – Sito di una giovane agenzia fotografica italiana
www.boston.com/bigpicture – Photoblog che raccoglie le migliori immagini dell’attualità mondiale
www.demotix.com – Piattaforma di self-publishing dedicata al fotoreportage
www.worldpressphoto.org – Il sito ufficiale del premio più ambito del fotogiornalismo con archivio delle foto vincitrici
www.pulitzer.org – Il sito ufficiale del premio giornalistico più ambito al mondo. Tra le varie sezioni i premi dedicati al fotogiornalismo

About Alessandro Cani 16 Articles
Alessandro Cani è nato a Cagliari il 20 novembre 1974. Vive e lavora a Cagliari come Vigile del Fuoco. Si interessa di fotografia dal 2002. Nel 2005 passa alla reflex digitale. Tramite la pagina web personale sul sito di photosharing Flickr, ottiene un ottimo riscontro e si fa notare subito per il suo lavoro che ha come tema la città di Cagliari, documentando con i suoi scatti ogni aspetto cittadino: architettura, storia, natura e società. Matura esperienza nel reportage, sia all’interno della professione di Vigile del Fuoco, con la sua partecipazione alle attività del Centro Documentazione Video, sia seguendo le principali manifestazioni culturali in Sardegna: processioni, sagre, convegni, manifestazioni sportive e spettacoli in genere. Dal 2006 collabora occasionalmente con la S.a.s. ISOLA MEDITERRANEA. Nel 2007 fonda assieme ad altri fotografi cagliaritani il COLLETTIVO22. Nel 2009 è socio fondatore dell’Associazione fotografica EFFEZERO. In quest’anno inizia la collaborazione con l’Almanacco di Cagliari.