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	<description>Associazione Fotografica</description>
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		<title>Considerazioni sul fotogiornalismo</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 23:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Cani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il fotogiornalismo è una pratica fotografica attraverso la quale si producono immagini per l'informazione. Una notizia corredata da un'immagine è più appetibile e svolge meglio il suo compito di informare il maggior numero di lettori possibile. L'attuale mondo dei media ha subìto una vera e propria rivoluzione negli ultimi 15 anni, con l'avvento del digitale e del web. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=t53scfZ9SYE">watch?v=t53scfZ9SYE</a></p>
<p>Il fotogiornalismo è una pratica fotografica attraverso la quale si producono immagini per l&#8217;informazione. Una notizia corredata da un&#8217;immagine è più appetibile e svolge meglio il suo compito di informare il maggior numero di lettori possibile. L&#8217;attuale mondo dei media ha subìto una vera e propria rivoluzione negli ultimi 15 anni, con l&#8217;avvento del digitale e del web. Gli spazi per le news sono illimitati, aprire una pagina web è alla portata di chiunque, tanto che se ne contano a miliardi e offrono contenuti di qualsiasi tipo.</p>
<p>In questa jungla di news e di immagini il giornalista deve destreggiarsi fungendo da sinapsi collegata con il maggior numero di fonti possibili. In questo modo le notizie vengono rilanciate alla velocità di un click, rimbalzando da un network all&#8217;altro e raggiungendo così in tempo reale un numero spropositato di utenti. Col risultato che in mancanza di una solida base culturale si rischia di non sapere più quale peso dare alle singole news. Ma mentre il linguaggio scritto è facilmente comprensibile e analizzabile, così non è per le immagini delle news, che per la maggior parte dei lettori mantengono un&#8217;aura di verità assoluta, forti dello status di fotografia-copia della realtà. Ogni fotografo che voglia definirsi tale sa benissimo che la fotografia è un&#8217;interpretazione, più o meno fedele, di una porzione di realtà, e il suo messaggio può cambiare a seconda del contesto in cui viene inserita. Inoltre, a differenza del testo e del video, è percepita istantaneamente nella sua interezza dal profondo della nostra ratio. Per questo una foto (o una serie di foto) riesce a farci emozionare e farci compiere un vero e proprio tuffo in un mondo di emozioni e sensazioni. Questa è prerogativa delle buone fotografie. Soprattutto nel fotogiornalismo, infatti, vale il discorso del &#8220;buono è meglio che bello&#8221;. Una fotonews deve raccontare piuttosto che stupire, deve contenere sostanza, anche a discapito dell&#8217;estetica o della tecnica. La storia del fotogiornalismo, a questo proposito, è costellata di foto &#8220;sporche&#8221;, tecnicamente imperfette, ma che per la forza contenuta riescono a fare di queste mancanze uno dei loro punti di forza. L&#8217;esempio più eclatante è la sequenza dello sbarco alleato durante il D-day scattata da Robert Capa. Undici fotogrammi, mossi, slavati, confusi, si salvarono da un disgraziatissimo processo di fotosviluppo che rischiò di cancellare un documento di valore incalcolabile. Quegli undici fotogrammi sono oggi un simbolo, al pari della sabbia insanguinata di quelle spiagge, i cavalli di frigia o i bunker a difesa della costa.</p>
<p>Quanto sopra ci deve far riflettere su quanto difficile sia, al giorno d&#8217;oggi, fare fotogiornalismo. Per chi inizia si apre la prospettiva di un&#8217;eterna gavetta. Il fotografo dipendente non esiste più; solo eterne collaborazioni temporanee remunerate peggio di un manorba, sempre a causa dello spaventoso numero di immagini che ogni secondo vengono pubblicate on line. I vecchi fotografi analogici, o meglio quelli che ci sono riusciti, hanno dovuto reinventarsi un mestiere, e continuano a lavorare solo grazie alla propria personale rete di conoscenze all&#8217;interno delle redazioni che ancora investono nella fotografia autorale. La fase di scatto è un eterno overshooting, quasi a voler competere con i frames di un video, nella speranza di fornire le immagini adatte a ogni tipo di testata. Perché ormai si fotografa secondo lo stile delle testate giornalistiche, o peggio si standardizza l&#8217;immagine perché così rimane in archivio, pronta a saltar fuori per ogni occasione. Si fotografa un combattente palestinese che può benissimo corredare un articolo sugli scontri in Libia, si prende un mercenario congolese e lo si appiccica a un servizio sul Corno d&#8217;Africa. E se nell&#8217;immagine c&#8217;è qualche elemento di disturbo, basta un colpo di timbro clone, e via verso i nuovi lidi del Fotostock dell&#8217;informazione. E poi, diciamocelo, perché pagare delle foto quando i novelli neopatentati del sensore diicsquattordicimegapixel fanno a spinte per veder pubblicati i loro scatti? Per carità, legittimo da parte loro, è anche questo un modo per iniziare, ma questa corsa al ribasso ha tragicamente abbassato la qualità media delle immagini delle news, sulla stampa come sul web. Il nuovo credo dei capiredattori è il cosiddetto pay-per-click. Contano solo gli accessi, che magicamente si tramutano in  soldi offerti dagli inserzionisti pubblicitari. Perché?</p>
<p>Perché manca la cultura visiva. O meglio, ognuno ha la sua, formatasi sin dalla nascita attraverso l&#8217;immagazzinamento delle immagini con le quali siamo cresciuti. Questo continuo flusso non è controllato. Ma è controllabile, così come si fa con altri tipi di linguaggio. Molti spiegano questa differenza con la mancanza, da parte del linguaggio visivo in genere e fotografico in particolare, di un &#8220;codice&#8221;: una grammatica delle figure, delle forme, una significazione chiarissima a livello figurativo ma ermetica quando dietro questi elementi si nascondono dei simboli. Negli Stati Uniti la fotografia si insegna nelle high schools. Ogni università ha il suo onesto corso di fotogiornalismo. Nel Regno Unito cronisti e fotoreporter sono stati parificati (per importanza, responsabilità, retribuzione e competenze) sin dagli anni trenta. La scuola dovrebbe assumersi, in Italia, questo compito. Facendo capire, prima di tutto, che se le risorse sono troppe, si rischia di far la fine dell&#8217;asino di Buridano, e che le immagini vanno analizzate, rivoltate, smontate e poi ricomposte, per capirne il messaggio originario. Perché dietro a ogni immagine ci dovrebbe essere un fotografo. O almeno si spera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alessandro Cani</p>
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		<title>Fotogiornalismo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 22:49:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Cani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non esiste notizia che non sia accompagnata da un'immagine. Questa serve per catturare l'attenzione e completare l'informazione. Ma chi decide quali foto vengono pubblicate? Chi le produce? E con quali criteri? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2012/05/fotogiornalismo-lores.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-629" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2012/05/fotogiornalismo-lores-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
<p>Non esiste notizia che non sia accompagnata da un&#8217;immagine. Questa serve per catturare l&#8217;attenzione e completare l&#8217;informazione. Ma chi decide quali foto vengono pubblicate? Chi le produce? E con quali criteri?</p>
<p>Un tempo ogni testata giornalistica aveva i suoi fotografi, che di volta in volta venivano inviati per &#8216;coprire&#8217; gli eventi. Le foto dovevano essere pronte prima della chiusura del giornale. Ora le gallerie web dei siti online delle testate giornalistiche vengono aggiornate in tempo reale, e le immagini d&#8217;archivio sono disponibili nel tempo di un click di mouse. La quantità di immagini disponibili è spropositata, spesso a discapito della qualità, eppure si continuano a scattare grandi fotografie, che riescono a smuovere le sensibilità di milioni di persone, fanno discutere, entrano nella storia del mondo. E ogni evento, dal più grande al più insignificante, può essere riassunto con un&#8217;immagine che funzionerà da copertina. Saltano all&#8217;occhio il titolo e l&#8217;immagine, il testo viene dopo.</p>
<p>Giovedì 17 maggio cercheremo di fare il punto della situazione, ripercorrendo l&#8217;evoluzione del fotogiornalismo, dagli albori sino ai giorni nostri, e parleremo di come affrontare un assignment, ossia il compito assegnato a un fotografo di coprire fotograficamente un determinato evento, tenendo conto della destinazione finale delle immagini e delle figure professionali che vaglieranno la qualità dei nostri scatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alessandro Cani</p>
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		<title>Sulle ali del ricordo</title>
		<link>http://www.effezero.it/blog/2012/04/13/sulle-ali-del-ricordo/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 17:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Olivieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il resoconto filmato dell'escursione fotografica dell'associazione fotografica EFFEZERO in collaborazione con l'associazione SHARDANA OUTDOOR, sui monti di Capoterra, triste scenario nel 1979 del tragico incidente aereo del DC9 ATI...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il resoconto filmato dell&#8217;escursione fotografica del 24 marzo 2012 dell&#8217;associazione fotografica <strong>EFFEZERO</strong> in collaborazione con l&#8217;associazione <strong><a href="http://www.shardana.sardinia.it/" target="_blank">SHARDANA OUTDOOR</a></strong>, sui monti di Capoterra in provincia di Cagliari, triste scenario del tragico incidente aereo del DC9 ATI che nel 1979 precipitò e nel quale morirono tutti i 31 occupanti tra passeggeri e membri dell&#8217;equipaggio.</p>
<p><a href="http://vimeo.com/40303886?utm_source=internal&amp;utm_medium=email&amp;utm_content=cliptranscoded&amp;utm_campaign=adminclip" target="_blank">http://vimeo.com/40303886</a></p>
<p>di Bruno Olivieri</p>
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		<title>Magie allo zafferano</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 09:59:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Cani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I fotografi di EFFEZERO hanno documentato la raccolta e la preparazione dello zafferano con una serie di 21 scatti che saranno esposti nei locali dell'ex area Melas, in Piazza della Resistenza, a San Gavino Monreale. La rassegna si svolgerà nei giorni 12, 13, 19 e 20 novembre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/11/zaff.png"><img class="size-medium wp-image-588 alignnone" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/11/zaff-300x107.png" alt="" width="300" height="107" /></a><br />
Lo zafferano è una spezia, usata soprattutto in cucina, prodotta dagli stimmi di un bellissimo fiore, il crocus sativus, la cui coltivazione, raccolta e lavorazione viene effettuata manualmente, con gesti antichi che si ripetono, tali e quali, scandendo importanti momenti di socializzazione all&#8217;interno delle comunità che praticano questa coltivazione.</p>
<p>La Sardegna è una delle regioni italiane dove la produzione, per quantità e qualità, è maggiore. Lo zafferano viene coltivato nella pianura del Campidano, da Villasor sino all&#8217;Oristanese. Uno dei centri di maggior produzione è San Gavino Monreale, centro del Medio Campidano dove annualmente si svolge una sagra dedicata. Per quest&#8217;anno la rassegna, arrivata alla 21esima edizione, sarà caratterizzata da un ricco programma di eventi: mostre, incontri, laboratori e degustazioni esalteranno le caratteristiche di questo magnifico prodotto.</p>
<p>I fotografi di EFFEZERO hanno documentato la raccolta e la preparazione dello zafferano con una serie di 21 scatti che saranno esposti nei locali dell&#8217;ex area Melas, in Piazza della Resistenza, a San Gavino Monreale. La rassegna si svolgerà nei giorni 12, 13, 19 e 20 novembre.</p>
<p>Per ulteriori informazioni visitate il sito <a href="http://www.sangavinomonreale.net/2011/10/26/xxi-edizione-della-mostra-regionale-sullo-zafferano-il-programma/" target="_blank">sangavinomonreale.net</a>, il sito della <a href="http://www.stazioneculturale.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=100&amp;Itemid=535" target="_blank">Stazione Culturale Medio Campidano</a>, organizzatrice della rassegna e la pagina dell&#8217;evento su <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=252973178082705" target="_blank">Facebook</a>.</p>
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		<title>La fotografia nel XX secolo &#8211; Prima parte</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 12:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Cani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<category><![CDATA[storia della fotografia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il XX secolo si apre all’insegna di Alfred Stieglitz, un fotografo americano che codificherà il pittorialismo fondando un vero e proprio movimento: la Photo-secession, nel senso di secessione dall’idea comune di ciò che costituisce una fotografia. Stieglitz intende l’immagine fotografica come arte, a tal fine pubblica una rivista, Camera Work, e apre una galleria, la Gallery 291, attraverso le quali promuoverà, oltre ai fotografi americani che aderiranno al movimento, artisti di altre discipline. Matisse e Picasso saranno presentati al pubblico statunitense proprio attraverso le pagine della rivista di Stieglitz.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il XX secolo si apre all’insegna di Alfred Stieglitz, un fotografo americano che codificherà il pittorialismo fondando un vero e proprio movimento: la <em>Photo-seces</em>sion, nel senso di secessione dall’idea comune di ciò che costituisce una fotografia. Stieglitz intende l’immagine fotografica come arte, a tal fine pubblica una rivista, <em>Camera Work</em>, e apre una galleria, la <em>Gallery 291</em>, attraverso le quali promuoverà, oltre ai fotografi americani che aderiranno al movimento, artisti di altre discipline. Matisse e Picasso saranno presentati al pubblico statunitense proprio attraverso le pagine della rivista di Stieglitz.</p>
<p>Parallelamente alla fotografia d’arte si sviluppa, grazie all’operato dei fotografi che collaborano con quotidiani e riviste, la fotografia documentaria, supporto imprescindibile del giornalismo e delle ricerche sociologiche. Riportare la realtà nei minimi dettagli è il compito di questo genere di immagini. Esse però non rappresentavano il bello, non erano quindi considerate arte, sebbene spesso suscitassero una carica emotiva altrettanto coinvolgente.</p>
<p>I quotidiani pubblicano sempre più spesso articoli-inchiesta su aspetti sociali particolari: tra il 1904 e il 1909 Lewis Hine pubblica dei veri e propri reportages sul lavoro minorile, sul lavoro nelle fabbriche e sugli immigrati che sbarcano a Ellis Island. Va sottolineato che l’obiettivo di questi lavori era la sensibilizzazione del pubblico e, conseguentemente, delle autorità, che si sentivano in questo modo pressate per una soluzione politica del problema. Il National Geographic Magazine conquista lettori e finanziatori grazie alle fotografie sempre più strabilianti che accompagnano gli articoli sulle spedizioni e le scoperte scientifiche.</p>
<p>Nel 1908 Arthur Barret s’introduce nell’aula di un tribunale dove si sta svolgendo un processo contro delle suffragettes. Il fotografo riesce a scattare alcune foto alle imputate attraverso una fotocamera nascosta in un cappello. E’ il primo scoop, seguito nel 1910 dalla pubblicazione nel <em>Word</em> di New York di una foto eccezionale: il momento in cui il sindaco Gaynor subisce un attentato durante una manifestazione pubblica.</p>
<p>Nel 1915 Paul Strand, allievo di Hine e frequentatore della <em>Gallery 291</em> di Stieglitz, inizia il suo lavoro di documentazione su New York, rompendo con lo stile pittorialista. Lo stesso Stieglitz e altri membri della<em>Photo Secession</em>, come Edward Steichen, abbracceranno il nuovo stile, la <em>straight photography</em>, ossia la fotografia “diretta” nel senso di pura, nitida, chiara, che conserva l’obiettivo secessionista di produrre arte, che cerca di raggiungerlo non più scimmiottando la pittura, ma puntando sulla capacità del mezzo meccanico. La <em>straight</em> avrà maggior successo negli USA, grazie al fatto che negli stati americani la dagherrotipia, tecnica che permetteva una maggior nitidezza, ebbe il sopravvento rispetto alle altre techiche più comunemente usate in Europa.</p>
<p>Gli anni ’20 del novecento sono caratterizzati da un ulteriore progresso della tecnica: le fotocamere commerciali di piccolo formato. Queste permettevano al fotografo ampia libertà, sia in fatto di praticità, per il peso e l’ingombro ridotti, sia in fatto di tecnica di scatto, poiché i soggetti non dovevano più esser messi in posa ma ci si poteva sbizzarrire cogliendo istantanee molto più naturali e, di conseguenza, più “vere”. La Leica 35 mm, accoppiata ai primi flash a bulbo, divenne la fotocamera più utilizzata dai fotogiornalisti. Nel 1928 è sul mercato il primo sistema reflex completo, con obiettivi intercambiabili di diverse aperture da utilizzare a seconda delle inquadrature volute. Il linguaggio fotografico si arricchisce ulteriormente di nuove possibilità offerte dalla tecnica al fotografo che può operare, in fase di costruzione dell’inquadratura, molte più scelte interpretative.</p>
<p>Nel 1925 Man-Ray, poliedrico artista (pittura, scultura e fotografia, spesso mischiate insieme) introduce la fotografa americana Clarence Abbot all’opera di documentazione architettonica su Parigi di Eugene Atget. Lo stile del francese è la base per tutti i progetti di documentazione fotografica che Hine, Abbot e tutta una generazione di fotografi realizzeranno negli States: la costruzione dell’<em>Empire State Building </em>e, più in generale, le grandi opere che faranno di New York la capitale dell’architettura mondiale in quel periodo.</p>
<p>La fotografia raggiunge alla soglia degli anni ’30 la piena maturità tecnica: per i successivi 40 anni (avvento dell’elettronica, fine anni ’70) non si avranno che leggeri miglioramenti del sistema lente-corpo-pellicola, che non andranno a influire più di tanto sulla strumentazione a disposizione del fotografo. D’ora in poi sarà una questione di stile e di tendenze evolutive della percezione visiva del grande pubblico. Le immagini fanno vendere più copie, gli editori confezionano delle testate dove la fotografia è il fulcro della comunicazioni e i testi la supportano: si compie l’inversione nella scala gerarchica tra fotografia e testo.</p>
<p>I dettami della <em>straight photography</em> vengono portati agli estremi da un gruppo di fotografi paesaggisti capeggiato da Ansel Adams. Costui fonda, nel 1932, il <em>gruppo f/64</em>, ossia il valore più alto con il quale ottenere la maggiore nitidezza e profondità di campo con gli obiettivi delle fotocamere di grande formato, utilizzate per ritrarre i grandi scenari naturali americani. Adams sviluppa un flusso di lavoro (dall’inquadratura alla stampa su carta) con il quale ha il pieno controllo dell’immagine, arrivando per assurdo a superare le velleità artistiche del pittorialismo senza usarne gli artifizi, ma spingendo al limite le tecniche di sviluppo e stampa. Ancora oggi le stampe di Ansel Adams hanno un dettaglio e una forza ineguagliabili, tanto da superare le tecniche di sviluppo digitale dei nostri giorni dei software di fotoritocco più avanzati.</p>
<p>Il ruolo predominante della fotografia come tecnica di comunicazione è confermato dal lavoro che la <em>Farm Security Administration</em> (un dipartimento del ministero dell’agricoltura americano) affiderà a un gruppo di 5 fotografi: documentare le condizioni della popolazione dell’America rurale. Siamo in piena recessione, e in questo modo il Presidente Roosevelt, nell’ambito del <em>New Deal</em>, spera di scuotere l’opinione pubblica mostrando le difficili condizioni di vita nei grandi spazi e, allo stesso tempo, documentare le grandi opere predisposte dal governo per uscire dalla crisi.</p>
<p>Nel 1935 la <em>Kodak</em> produce la pellicola a colori <em>Kodachrome.</em> Segnerà la storia della fotografia di piccolo formato sino all’avvento del digitale. Si continuerà comunque a preferire, in molti casi, il bianco e nero, sia perché la resa della pellicola a colori lascia a desiderare, sia perché il colore era, a detta di molti, troppo “impegnativo”.</p>
<p>Nel 1936 esce il primo numero di Life Magazine, un settimanale pensato per la fotografia, con carta e stampe di qualità, fotografi di primissimo piano e un’organizzazione da far invidia ad un esercito. Spuntano subito riviste concorrenti e il fenomeno si allarga un po’ dovunque.</p>
<p>Nel 1937, in vista del centenario della nascita della fotografia, il <em>Museum of Modern Art</em> di New York organizza una grande mostra commemorativa. Nel ’38 è la volta di una personale dedicata a Walker Evans. La Fondazione <em>Guggenhaim</em>, intanto, offre delle borse di studio per progetti fotografici di qualità. Tre anni più tardi il <em>MoMA</em> inaugurerà il dipartimento di fotografia, il primo di un grande museo, che comincerà a raccogliere materiale di ogni genere, andando a costituire un immenso archivio, dal quale nel ’55 Edward Steichen selezionerà oltre 500 foto per la mostra “<em>The Family of Man</em>”, un’incredibile raccolta di immagini etnografiche provenienti dalle culture di tutto il mondo, per dimostrare quanto i vari popoli siano in realtà avvicinati dalle azioni quotidiane più comuni: cucinare, lavorare, dormire, divertirsi.</p>
<p>Il 1937 è un anno cruciale per l’organizzazione delle redazioni giornalistiche: alcuni fotografi documentano il disastro del dirigibile <em>Hindemburg</em>, incendiatosi durante un atterraggio su suolo americano. Da allora ogni evento rilevante viene ‘coperto’ mediaticamente da inviati e fotoreporter.</p>
<p>In Europa il periodo tra le due guerre è segnato dall’avvento, in Germania, del Nazismo. Le riviste e i quotidiani tedeschi sono costretti a piegarsi alla propaganda. Molti fotografi tedeschi e dell’area mitteleuropea fuggono, destinazione Parigi, Londra, ma soprattutto New York, che diventa la capitale mondiale della fotografia. Il conflitto è alle porte, la guerra civile in Spagna ne è un’anticipazione e le testate giornalistiche mondiali fanno le ‘prove generali’. Durante questo evento nasce la figura del fotoreporter di guerra. E su tutti si erge il mito: Robert Capa, prototipo del fotoreporter senza macchia e senza paura, avventuroso quanto Hemingway (col quale spesso si incrocerà, visto che lo scrittore usava girare per l’Europa, durante il secondo conflitto mondiale, con un suo piccolo esercito personale col quale dava la caccia alle storie di guerra ma anche ai nazisti), sempre al centro dell’attenzione, sempre in prima linea. La sua foto del miliziano ucciso cambierà il modo di intendere la guerra. La singola immagine assurge al ruolo di icona, entrando nell’immaginario collettivo come simbolo culturale.</p>
<p>La stampa americana si butta a capofitto nel secondo conflitto mondiale, riviste come Life Magazine si schierano apertamente dalla parte degli interventisti, i fotoreporter vengono assegnati alle varie compagnie che operano nei teatri di guerra della vecchia Europa; si vestono e passano le giornate come i soldati, ma al momento degli scontri sparano con le loro fotocamere. Capa, divenuto ormai il leggendario Capa, è l’unico a riportare le immagini dello sbarco in Normandia dal punto di vista della prima linea. I suoi rullini furono rovinati durante lo sviluppo a Londra; si salvarono solo 11 scatti, che sono entrati nella storia nonostante la scarsa nitidezza. “Leggermente fuori fuoco” fu il giudizio dei redattori di <em>Life</em> una volta che le stampe arrivarono a New York. Il settimanale le pubblicò tutte in uno speciale e Capa, una volta passata la rabbia, utilizzò quel giudizio per intitolare la sua autobiografia.</p>
<p>La singola immagine è anche l’estrema sintesi della notizia: la copertina, l’apertura, il soggetto principale, la storia con la ‘esse’ maiuscola. I fotoreporter cercano questa immagine come il Sacro Graal, ingaggiando vere e proprie sfide con i photo-editors, le nuove figure che all’interno delle redazioni giornalistiche decidono quali immagini pubblicare. I fotografi diventano delle star che producono immagini-icone per gli articoli e gli archivi della stampa mondiale. Le immagini, una volta pubblicate, sono di proprietà della rivista che ha commissionato il servizio. Questo è inaccettabile per un gruppo di fotografi che vuole detenere il controllo delle proprie foto; nel 1947 Cartier-Bresson, Capa, Seymour, Rodger e Vandivert fondano la <em>Magnum Agency</em>, nome ispirato dalla bottiglia di Champagne con la quale brindarono durante l’incontro decisivo, al bar del<em>MoMA</em> di New York. I cinque si proponevano di trovarsi i reportages e venderli alle principali testate detenendo i diritti di sfruttamento e pubblicazione. Fu un avvenimento epocale per i fotogiornalisti, che se da un lato perdevano le comodità di un lavoro sicuro e l’organizzazione delle grandi riviste, dall’altro avevano la libertà nel scegliersi le storie da raccontare e soprattutto il modo in cui raccontarle. Nel 1948 <em>Life Magazine</em>pubblicherà il primo reportage acquistato da Magnum: un lavoro di David ‘Chim’ Seymour sulla condizione dei bambini nell’Europa devastata dalla guerra. L’epoca post-bellica sarà dominata dall’occhio dei fotogiornalisti.</p>
<p>©2011 Alessandro Cani</p>
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		<title>Surf-Photography</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 10:30:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Sassu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attrezzatura]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>

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		<description><![CDATA[Sotto al sole e sotto alla pioggia; Al gelo e al caldo; In acqua e in spiaggia; Un lungo appostamento per un unico obbiettivo: catturare la luce. I fotografi appassionati di natura, disposti a rischiare per poter catturare un istante, cristallizzare una memoria, sono bestie rare. I fotografi surf sono ancora più rari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sotto al sole e sotto alla pioggia; Al gelo e al caldo; In acqua e in spiaggia; Un lungo appostamento per un unico obbiettivo: catturare la luce.</p>
<p>I fotografi appassionati di natura, disposti a rischiare per poter catturare un istante, cristallizzare una memoria, sono bestie rare. I fotografi surf sono ancora più rari.</p>
<p><span id="more-535"></span>Per sapere cosa è il surf, vi rimando alla lettura dell&#8217;<a href="http://www.surfup.it/2010/11/il-surf/" target="_blank">articolo</a> che ho pubblicato sul mio sito, qui parliamo di cosa è la Fotografia Surf.</p>
<p>Innanzitutto analizziamo le principali caratteristiche di questa particolare tipologia di fotografia.</p>
<p>Fotografare il Surf significa fotografare uno sport, è essenzialmente una tipologia di fotografia sportiva e come tale ha molti punti in comune con tutte le altre fotografie dello stesso tipo:</p>
<ul>
<li>Macchina reflex con alta frequenza di scatto</li>
<li>Una congrua capacità di sostenere la raffica</li>
<li>Memory Card veloci</li>
<li>Obbiettivi tele più o meno spinti (diciamo dai 200mm in su sulle DX)</li>
<li>Conoscenza dello sport e dei suoi protagonisti</li>
<li>Conoscenza dei &#8220;campi di gioco&#8221;</li>
</ul>
<p>Questa è la base su cui si può costruire un&#8217;esperienza positiva su una qualsiasi tipologia di fotografia sportiva, dal calcio, al basket, al kite alla vela. Queste basi si giustificano perchè durante un&#8217;azione devi scattare continuamente per poter cogliere il giusto momento che rifletta in un&#8217;immagine l&#8217;impegno dell&#8217;atleta. Quindi si ha bisogno di una macchina con una buona raffica, che sia in grado di tenere la cadenza per almeno qualche secondo, e questo richiede una reflex e delle memory card con opportune caratteristiche di velocità. Durante un evento sportivo non puoi avvicinarti all&#8217;azione, sia perchè non si vuole e non si può disturbare gli atleti, sia perchè a volte l&#8217;azione si svolge in un ambiente a te non accessibile, qui viene in aiuto il tele spinto, possibilmente con ampia apertura di diaframma per permettere uno scatto con tempi brevi anche nelle situazioni più ostiche di luce. Infine la conoscenza dello sport e dei suoi protagonisti vi darà i tempi giusti per aprire la finestra di scatti entro i quali molto probabilmente si avrà l&#8217;immagine, mentre conoscere il campo di gioco vi permetterà di scegliere la posizione giusta da cui scattare.</p>
<p>Spostando il discorso sul Surf il tutto si traduce in una reflex cropped con una raffica di 3fps per almeno 10 secondi, io uso la Nikon D300 che con una Lexar 300x va avanti facile per anche 12 &#8211; 13 secondi a quelle cadenze. Ho un 70-200 VR f2.8 che è al limite basso dei tele per il surf, diciamo che sarebbe meglio un 300mm f4 o ancora meglio un 400.</p>
<p>Un altro aspetto che influenzerà la vostra attrezzatura,  tipico del surf e degli sport marini, è la salsedine e il vostro costante contatto con essa. Il fotografo surf sarà sempre in riva al mare, e non un mare calmo e sereno, bensì un mare agitato che infrange sulle rocce e nebulizza acqua salmastra nell&#8217;aria. Occasionalmente ci sarà vento, molto vento, che solleverà ulteriormente l&#8217;acqua salmastra e la impasterà con la polvere per bloccare le vostre povere macchine. Portatevi delle giacche anti-vento e proteggete la macchina fotografica. Una delle tecniche più diffuse è con il domopac, che si usa per avvolgere obbiettivo e corpo macchina, ma sicuramente una cover Kata coma la <a href="http://www.kata-bags.com/product.asp?Version=photo&amp;p_Id=229" target="_blank">E-702</a> vi renderà molto più professionali.</p>
<div id="attachment_545" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/5395659426_10682008fb_z.jpg"><img class="size-medium wp-image-545" title="Onda Destra" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/5395659426_10682008fb_z-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Onda &quot;destra&quot;</p></div>
<p>Preparatevi a sessioni di non meno di 400 scatti  / ora, quindi scattate in JPEG Fine, leggermente sovra-esposto se siete controluce e chiusi ad almeno f7.1. Io consiglio inoltre di non usare l&#8217;AF continuo, benché spesso affidabile può succedere durante i flip-back che l&#8217;intelligenza dell&#8217;AF venga ingannata e perdete lo scatto. Con l&#8217;AF in Single Shoot invece dovrete si aggiustare spesso lo scatto, ma con un f7.1 sarete abbastanza chiusi da avere un margine di sicurezza dato dalla profondità di campo. Altro motivo per preferire l&#8217;AF Single Shoot contro quello continuo è che nel 90% degli spot ci saranno sia onde &#8220;destre&#8221; che onde &#8220;sinistre&#8221; e non avrete mai il tempo per cambiare le impostazioni della messa a fuoco tra una partenza e l&#8217;altra per riflettere la posizione del surfer nella composizione. Quindi punto centrale, messa a fuoco veloce sull&#8217;atleta e poi si ricompone per seguire l&#8217;azione. Sembra complesso ma dopo un paio di scatti si prende la mano.</p>
<div id="attachment_546" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/4469561204_5ca68f6fbb_z.jpg"><img class="size-medium wp-image-546" title="Onda Sinistra" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/4469561204_5ca68f6fbb_z-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Onda &quot;sinistra&quot;</p></div>
<p>Parliamo adesso dello sport e di come funziona. Innanzitutto non è uno sport dove normalmente si vince qualcosa. Si tratta più di una filosofia di vita. Di una ricerca costante da parte del Surfer della perfezione, leggetevi l&#8217;articolo che vi citavo sopra per maggiori informazioni su &#8220;cosa&#8221; sia il surf. Come è il surf invece è un discorso un poco più semplice in realtà, il surf si compone di due protagonisti che hanno due pesi diversi nella foto, l&#8217;onda e il surfer. Ed è l&#8217;onda il protagonista principale e quella che dovrete rendere in modo migliore.</p>
<p>Un surfer in una bellissima posa plastica e dettagliata, senza visione dell&#8217;onda, non è una buona foto surf. E&#8217; preferibile la figura del surfer un poco più piccola, ma con una buona visione dell&#8217;onda che sta cavalcando.</p>
<p>Conta poi l&#8217;azione che il surfer sta compiendo sull&#8217;onda, ci sono essenzialmente 5 figure che ha senso fotografare e che bisogna imparare a riconoscere appena prima che inizino, e sono</p>
<div id="attachment_547" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_8185.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-547" title="Snap" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_8185-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Snap</p></div>
<p><strong>Snap</strong></p>
<p>Si riconosce perché il surfer acquista velocità surfando in modo lineare abbassandosi verso la base dell&#8217;onda per effettuare una bottom turn e risalire verso la cresta, qui si dovrebbe iniziare a fotografare, il momento migliore da cogliere è appena dopo l&#8217;esecuzione del turn con il ventaglio di schizzi sollevati dal movimento.</p>
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<div id="attachment_548" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_7420.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-548" title="Aerial" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_7420-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Aerial</p></div>
<p><strong>Aerial</strong></p>
<p>E&#8217; molto simile ad uno Snap, in realtà inizia e si evolve nello stesso modo ma prevede un passaggio in volo sopra l&#8217;onda al momento della virata verso il basso.</p>
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<div id="attachment_549" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_0649.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-549" title="Cutback" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_0649-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Cutback</p></div>
<p><strong>Cutback</strong></p>
<p>Spesso segue uno snap, consiste in una strettissima virata che porta il surfer ad andare nel senso contrario alla rottura dell&#8217;onda per poi eseguire una seconda secca virata quando è quasi sulla spuma per riprendere velocità e continuare a surfare assecondando l&#8217;onda</p>
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<div id="attachment_550" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_1573.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-550" title="Floater" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/alw_1573-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Floater</p></div>
<p><strong>Floater</strong></p>
<p>Il surfer dopo un bottom up non effettua una virata per scendere ma continua sulla cresta dell&#8217;onda per un certo periodo di solito con la tavola di traverso, viene fatto spesso su onde basse o su onde che non frangono regolarmente per cavalcare una porzione di onda già infranta.</p>
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<div id="attachment_551" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/4616750780_eda8e0ae47_z.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-551" title="Tubo" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/4616750780_eda8e0ae47_z-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Tubo</p></div>
<p><strong>Tubo</strong></p>
<p>E&#8217; la figura principale, il sogno di ogni surfer. In pratica il surfer rallenta e si fa superare dall&#8217;onda che inizia a rompere sopra formando un tubo, questo tunnel viene definito &#8220;La Stanza Verde&#8221; dai surfer. Per poter essere &#8220;chiuso&#8221; il tubo prevede che il surfer riprenda velocità per uscire dal tubo mentre l&#8217;onda continua ad infrangersi dietro di lui. Se invece il surfer non è abbastanza veloce l&#8217;onda si infrange davanti a lui chiudendolo, in questo caso di dice &#8220;scoppiare il tubo&#8221;, può essere molto pericoloso in quanto è la fase in cui l&#8217;onda ha la maggiore energia e il surfer viene spesso sbattuto sul fondo dopo aver vorticato furiosamente nel vortice dell&#8217;acqua, con tutti i pericoli che potete immaginare.</p>
<p>Fotografare queste figure non è complesso, e dopo un paio di session si acquisiscono subito i tempi, conviene iniziare a scattare la raffica come il surfer completa il bottom turn, per quasi tutte le figure, mentre per il Floater e per il Tubo bisogna conoscere le onde, e anche quello lo da un poco di esperienza. Non tutte le onde tubano, per esempio e solo alcuni spot, come il Minicapo a Oristano in Sardegna, presentano onde irregolari dove è facile il floater</p>
<p>Penso possiate capire da quanto detto finora che un fotografo surf non è mai solo un professionista, ma è innanzitutto un appassionato, sarà quella sagoma imbottita o arrostita in riva al mare, o quella boa con un caschetto giallo con su scritto &#8220;non surfate sul fotografo&#8221;, con una protuberanza nera e oblunga vicino al viso puntata verso il mare. Immobile la maggior parte del tempo.</p>
<p>Ma vi assicuro che il surf e i surfer possono darvi grandi soddisfazioni.</p>
<blockquote><p>Sotto al sole e sotto alla pioggia,</p>
<p>Al gelo e al caldo</p>
<p>In acqua e in spiaggia</p>
<p>Un lungo appostamento per un unico obbiettivo;</p>
<p>catturare la luce.</p></blockquote>
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		<title>Joao Silva: “Questo è quello che faccio. Questo è tutto ciò che conosco“</title>
		<link>http://www.effezero.it/blog/2011/09/15/joao-silva-%e2%80%9cquesto-e-quello-che-faccio-questo-e-tutto-cio-che-conosco%e2%80%9c/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 10:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maciocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotografi]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[ferito]]></category>
		<category><![CDATA[fotografo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[injured]]></category>
		<category><![CDATA[Joao Silva]]></category>
		<category><![CDATA[photographer]]></category>
		<category><![CDATA[war]]></category>

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		<description><![CDATA[Joao Silva ha parlato il 2 agosto al Bronx Documentary Center, durante la sua prima visita a New York da quando è stato ferito in Afghanistan.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Joao Silva ha parlato il 2 agosto al Bronx Documentary Center, durante la sua prima visita a New York da quando è stato ferito in Afghanistan.<span id="more-496"></span></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><img src="http://graphics8.nytimes.com/packages/flash/Lens/2011/08/20110829_joao/embed-001-20110829-joao-480.jpg" alt="DESCRIPTION" /></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><em>Da THE NEW YORK TIMES</em></p>
<p><a href="http://lens.blogs.nytimes.com/2011/08/30/this-is-what-i-do-this-is-all-that-i-know/">http://lens.blogs.nytimes.com/2011/08/30/this-is-what-i-do-this-is-all-that-i-know/</a></p>
<p>Le fotografie di Joao Silva sono in mostra al festival di fotogiornalismo “Visa pour l’image” di Perpignan, in Francia.<br />
Silva ha parlato il 2 agosto al Bronx Documentary Center, durante la sua prima visita a New York da quando è stato ferito in Afghanistan.<br />
La settimana seguente è entrato in sala operatoria. Tutto è andato bene.<br />
Il discorso di Joao Silva, che appare di seguito, è stato modificato e condensato.</p>
<p><em>Traduzione di Giovanni Maciocco – revisione di Alessandro Cani</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un periodo difficile per l’industria fotografica</strong></p>
<p>E’ stata un’esperienza incredibile. Uno non sceglierebbe mai di viverla, ma io ci sono passato. E’ successo. Il mio tempo è arrivato, pensai Fino dal momento in cui mi sono trovato su quella mina, quella mattina del 23 ottobre 2010, ero abbastanza pragmatico su tutto quello che succedeva attorno a me. Tante persone erano state uccise intorno a me – ho visto amici morire ai miei piedi, senza esagerazione &#8211; e quando è successo a me, mi sono detto: “OK, il mio numero è arrivato. Il mio tempo è finito.</p>
<p>Ed eccomi qui, nove mesi dopo. Sono in piedi,  e sto vedendo un sacco di visi sorridenti che mi guardano, ed è (una gioia immensa).</p>
<p>E‘ stato un periodo difficile per l’industria fotografica. Questo aprile, in particolare, è andata piuttosto male. Abbiamo perso tre amici, Tim, Chris e Anton (NdT Tim Hetherington, Chris Hondros e Anton Hammerl). Come poi si è capito, la Libia è stata una signora bella e spietata &#8211; non solo per i giornalisti stranieri che vi lavorano, ma anche per i giornalisti locali.</p>
<p>Durante il ricovero al Walter Reed, per me ogni giorno è una rinascita. Ogni giorno si vedono  cose miracolose accadere davanti ai tuoi occhi. Ci sono giorni in cui non ho voglia di alzarmi dal letto. Ma riesco sempre a vedere quanto sono stato fortunato. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te. Ci sono giovani, ragazzi di 20 anni, che hanno subito una tripla amputazione e non hanno più i genitali. E devono cominciare una nuova vita. Non è facile. Ma sono una fonte di incoraggiamento perché ti insegnano che non importa quanto ti sia andata male, c’è sempre qualcuno che sta peggio di te.</p>
<p><strong>Quella mattina</strong></p>
<p>Era una mattina come tutte le altre mattine, quando sei con i militari. Non c’era niente di minaccioso. Non si stava sparando. Era un normale pattugliamento di confine. I soldati che marciano non sono materiale per le pagine del New York Times &#8211; o di altri giornali. Era quel genere di mattina.</p>
<p>Io ero il terzo uomo della fila. Il ragazzo di fronte a me teneva un cane. C’era poi un ragazzo per garantire la sicurezza, e infine c’ero io. Il cane non l’ha trovata. Poi sono passati i due soldati e non l’hanno trovata. L’ho beccata io.</p>
<p>Ho sentito lo scatto meccanico. Ho pensato: questa non è una cosa bella. E mi sono ritrovato per terra a faccia in giù, avvolto in una nuvola di polvere, con la consapevolezza molto chiara di quanto mi era appena successo, e questo non è bello. Ho potuto vedere che le mie gambe non c’erano più, e che tutti intorno a me erano storditi. “Ragazzi, qui ho bisogno di aiuto”; Si sono voltati e mi hanno visto a terra. Si sono immediatamente messi in azione. Mi hanno trascinato fuori dalla kill-zone, per motivi di sicurezza, e portato in un fazzoletto di terra a pochi metri di distanza. Immediatamente alcuni medici hanno cominciato a lavorare su di me. Ho preso la macchina fotografica e ho scattato alcuni fotogrammi. Le inquadrature non erano molto buone, francamente, ma stavo cercando di documentare l’accaduto. Sapevo che non era una cosa bella, ma mi sentivo vivo. L’adrenalina scorreva nel mio corpo. Ero “compos mentis” (NdT perfettamente nella pienezza delle mie condizioni mentali), capivo tutto. Così, ho fatto alcune foto. Poi ho lasciato cadere la macchina fotografica e sono passato al piano B, che era quello di prendere il telefono satellitare. Ho chiamato mia moglie, Vivian, e le ho detto: “Le mie gambe non ci sono più, ma penso di sopravvivere.” Tra l’altro, io sono padre di due figli. Ho passato il telefono al giornalista in modo che potesse continuare la conversazione e mantenere Vivian calma.</p>
<p>Poi mi sono sdraiato e ho fumato una sigaretta. Tutto questo mentre i medici stavano freneticamente lavorando intorno a me, applicando lacci emostatici, facendomi iniezioni nel petto, e facendo cose davvero meravigliose. Quei ragazzi sono sorprendenti. Sono quelli che mi hanno salvato la vita. L’elicottero è atterrato per portarmi in salvo. Ero completamente cosciente e del tutto sveglio, fino al momento in cui ho preso l’elicottero. Poi tutto è diventato nero. Mi sono svegliato in Germania, e poi di nuovo al Walter Reed.</p>
<p>Ho avuto una sfortuna incredibile quel giorno, ma allo stesso tempo tantissima fortuna. La mina era collegata a una scatola contenente circa 30 chili di esplosivi fatti in casa che per qualche motivo non ha funzionato. Se ci fosse stata una seconda esplosione, non avrebbero riempito una scatola di fiammiferi con ciò che sarebbe rimasto di me. E’ semplicemente incredibile come va la vita, sapete? Chiamatela la mano di Dio, chiamatela fortuna, chiamatela come volete &#8211; io sono grato per questo. Credo che voi ragazzi sarete costretti a leggere anche il mio prossimo libro.</p>
<p>E’ stato un viaggio stupefacente di apprendimento &#8211; apprendimento su me stesso, di apprendimento sulla resistenza del corpo umano e sulla resistenza dello spirito umano. Perché voi non sapete veramente quanto siete forti fino a che non arrivate a un punto in cui se andate avanti rischiate di non tornare.</p>
<p>Non c’è nulla di nuovo in quello che mi è successo. Da sempre giornalisti sono morti o sono stati feriti. Fin dal primo momento in cui una macchina fotografica è scesa sul campo di battaglia i giornalisti sono stati uccisi e feriti. E io avuto la sfortuna di far parte di questa categoria. Sono passati nove mesi. E probabilmente passerà un altro anno prima che io sia pienamente funzionale, quando riuscirò finalmente a correre. Infine l’obiettivo sarà quello di tornare al lavoro. Senza dubbio la vita è strana. Tutto è cambiato. Ma spero, in una certa misura, di riprendere da dove avevo lasciato. Nel frattempo, devo solo trovare un po’ più di coraggio e di perseveranza &#8211; e francamente, prendere più medicine che posso.</p>
<p><strong>La vita è tutt’altro che finita</strong></p>
<p>Ho visto un sacco di infortuni nel corso degli anni, e ho visto subito che le mie gambe erano maciullate. Mi mancava un piede. Non avevo però capito la portata delle mie ferite. Istintivamente mi sembrava che tutto sarebbe andato bene.</p>
<p>Non sapevo che la mia uretra era distrutta. Ho avuto diverse lesioni interne. Il mio retto era maciullato e il mio sistema immunitario in quel punto era stato completamente infettato. Questo mi ha quasi ucciso. E’ stata una battaglia contro i batteri, non tanto le gambe. Con le amputazioni di solito passano 10 settimane e poi sei sulle protesi. Per me sono passati cinque mesi, e questo perché le infezioni continuavano a infuriare nel mio corpo. Hanno dovuto ricostruire il mio retto. Dovevano ricostruire l’uretra. Per sette mesi ho urinato attraverso un tubo, in un sacchetto. Per fortuna tutto questo è passato. Ho ancora il sacchetto della colostomia, e sarà rimosso tra una settimana.</p>
<p>Penso di essere arrivato al punto in cui va tutto bene. Voglio dire, le mie gambe ormai sono andate. E non hanno intenzione di ricrescere. Ma si sa, è tutto OK. E’ veramente tutto OK, io sono vivo, io sono ancora qui. La vita è tutt’altro che finita.</p>
<p><strong>Uno storico con la macchina fotografica</strong></p>
<p>Ritengo che la gente pensi che tu sia affascinato dalla morte. Chiariamoci. E’ emozionante. Stai facendo quello che ti piace fare. Ma alla fine, ho sempre visto il mio ruolo come quello di un messaggero. Documentare la storia. Cercando di portare la realtà della guerra a coloro che hanno la fortuna di non vivere in una zona di guerra.</p>
<p>Sono uno storico con una macchina fotografica, e, spero, le mie foto sono  il mezzo per catturare la storia, o per raccontare una storia, o per evidenziare la sofferenza di qualcun altro. In ultima analisi l’ho fatto sin’ora e continuerò a farlo.</p>
<p>Come ho detto proprio all’inizio, è divertente. C’è un cameratismo con gli amici, con i tuoi colleghi. E’ un legame, una fratellanza. Devi essere lì per capire, ma è vero. C’è l’emozione dell’ignoto, ogni giorno è diverso. Non si sa mai quello che  ci potrebbe essere in attesa dietro l’angolo, non solo in termini di pericolo, ma anche fotograficamente. Ogni giorno può essere un viaggio alla scoperta di qualcosa, e questo ti fa crescere come essere umano.</p>
<p><strong>Essere umani dietro la macchina fotografica</strong></p>
<p>La macchina fotografica ti permette di accedere ai momenti più intimi delle persone. E’ molto interessante che le persone per la maggior parte non permettono a uno sconosciuto di entrare nella loro vita.</p>
<p>A volte si va in un conflitto che divampa da qualche parte e dura un paio di settimane, e può succedere che non parli con nessuno. Non posso parlare a nome degli altro, ma non mi capita di fare amicizie ovunque io vada. Se ve lo dicessi sarebbe una bugia. Sono un essere umano. Sono lì a fare un lavoro.</p>
<p>Ma ci sono dei legami. Si fanno amicizie e si rimane in contatto con le persone. E‘ inevitabile. Si passa un sacco di tempo con la gente. Si assume un autista, un traduttore &#8211; si potrebbero passare mesi e mesi con la stessa persona. Siamo due ragazzi, due esseri umani. Si parla della famiglia, si parla di qualunque cosa. Si parla della vita.</p>
<p>La gente spesso mi chiede, “Come puoi stare a guardare la gente fare a pezzi altre persone e scattare foro?” Bisogna essere chiari su quale è il tuo ruolo. Se si vuole aiutare le persone, allora non  si dovrebbe diventare fotografi. Detto questo, noi aiutiamo le persone. Aiutiamo le persone per tutto il tempo. A volte si può aiutare una persona anche con la più piccola delle cose. Mi è capitato di caricare persone nel  mio veicolo e portarle in fretta e furia in ospedale.</p>
<p>Ma, purtroppo, le immagini sono talmente forti che a volte le persone tendono a pensare che c’è una macchina dietro la fotocamera, ma non è questo il caso. Siamo tutti esseri umani. Le cose che vediamo, dagli occhi passano direttamente nel cervello. Alcune di quelle scene non vanno mai via.</p>
<p>Un mio grande amico, Kevin Carter, poi si tolse la vita. Fece una famosa foto in Sudan. C’è una bambina sdraiata a faccia in giù nella polvere e un avvoltoio la sta inseguendo. E’ stato molto criticato per quella foto. Persone che non avevano diritto di criticarlo &#8211; persone che non avevano capito le dinamiche che lo hanno portato a fare quella foto &#8211; lo hanno invece criticato a tal punto che lui è andato fuori di testa. Kevin si tolse la vita un mese dopo aver vinto il Pulitzer.</p>
<p>La gente ha sempre pensato che questo fotografo senza cuore avesse scattato la foto della bambina passando per caso, ma non era così. Prima di tutto, la bambina era a pochi centinaia di metri da un centro di ricovero. Quella bambina non è stata abbandonata. Ma questo è il potere della fotografia. Si isola qualcosa, si trasmette l’immagine per mezzo di questo isolamento, e questo rende l’immagine più potente. Così, l’immagine in questo modo era un messaggio forte contro la carestia. Di conseguenza ci fu un afflusso di denaro venuto fuori dal nulla. Scattando quella foto ha salvato più vite di quante ne avrebbe salvate non scattandola.</p>
<p>Dall’altra parte della macchina fotografica c’è un essere umano, e quell’essere umano sta cercando di rimanere vivo, sta cercando di scattare, sta cercando di mandare un messaggio al mondo, e sta cercando di stare al sicuro.</p>
<p><strong>Non un “Fotografo di Guerra”</strong></p>
<p>La fotografia è entrata nella mia vita per caso. A scuola non sono mai stato un ragazzo da club della fotografia. Un mio amico stava studiando progettazione grafica e uno degli argomenti era la fotografia. Uno dei progetti che dovette fare era sulla velocità, sul movimento. Egli venne in pista con noi per fotografare le auto da corsa, e io pensai: “Ok, mi ci vedo bene in questo ruolo. Questa cosa fa per me.”</p>
<p>Quella è stata la prima volta in cui ho scattato fotografie. Il mio inizio. Da quel momento in poi seppi esattamente cosa volevo fare. E’ coinciso con la fine dell’apartheid e la liberazione di Nelson Mandela. C’era un sacco di violenza politica che ha colpito tutto il paese. Brutale, vicina a noi. Più di quindicimila persone, quasi ventimila, sono morte in un periodo di quattro anni nonostante non ci fossero né carri armati né artiglieria. Tutto questo stava accadendo nel mio paese, a due passi da me, e ho sentito li bisogno di essere lì, a documentare questo, a mostrare al mondo la gente che moriva.</p>
<p>Ho iniziato a girare per tutta l’Africa e ho visto altri conflitti. Ma non ho fotografato soltanto guerre. Ci sono un sacco di altri mali sociali che ho fatto vedere attraverso la mia macchina fotografica per cercare di aiutare il lettore a capire. In realtà non uso il termine “fotografo di guerra”  nel descrivere me stesso. Questo è stato il mio obiettivo, la mia passione. Ma come fotogiornalista hai molte più responsabilità che essere in guerra.</p>
<p><strong>Al lavoro con la milizia del Mahdi</strong></p>
<p>Questo periodo in Iraq è stato unico. Fu proprio all’inizio della nascita del Mahdi. Erano ancora aperti ai media. C’erano pochi occidentali là che sceglievano di documentare la guerra da quel lato, mentre gli altri stavano con le forze armate Usa. Comunque, per non fare errori, ho passato un sacco di tempo anche con i militari degli Stati Uniti. Ma si è presentata l’occasione.</p>
<p>E’ importante mostrare ai lettori del New York Times che c’è un altro lato di questa guerra. E che non solo i nostri ragazzi vengono colpiti a morte. Chi è il nemico? Come fotogiornalisti è molto importante essere in grado di mostrare il nemico.</p>
<p>Per quanto riguarda i talebani la gente è riuscita ad andare dall’altra parte. Ma è tutta scena. Non si riesce mai a vedere un combattimento reale con i talebani. Di solito è gente con fucili che cammina su e giù per le montagne. Non si fidano di noi. Hanno loro macchina mediatica. Hanno i propri uffici delle relazioni pubbliche, per così dire. Quindi, quella era l’unica opportunità che abbiamo avuto. E una manciata di noi era lì ad attraversare le linee americane per entrare a Najaf.</p>
<p>Quando sei dall’altro lato della potenza di fuoco americana è spaventoso e non finisce mai. All’inizio più che altro era un movimento formato da giovani. Vi posso dire che questi ragazzi sono coraggiosi. Questi ragazzi indossano solo sandali, e sparano con le mitragliatrici verso i carri armati americani, che equivale a tirargli noccioline. Come giornalista mi sento fortunato ad essere riuscito a testimoniare tutto questo.</p>
<p>La gente mi chiede della procedura di accredito (NdT presso le forze armate statunitensi). Io sono uno di quelli che credono che la procedura di accredito, anche se imperfetta, sia molto importante. E’ qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Se si vuole documentare il conflitto, se in particolare si vuole documentare il combattimento, in molti di questi paesi bisogna essere con le forze statunitensi. Non si può semplicemente camminare nel campo di battaglia, perché entrambe le parti vi ucciderebbero comunque.</p>
<p><strong>Cosa vorresti dire alla gente che ti idolatra?</strong></p>
<p>Trovo incredibile che la gente mi tratti come un idolo. Da quando questo mi è successo un sacco di gente ha tratto forza dalla mia forza. Lo trovo abbastanza sorprendente &#8211; il fatto che ci siano persone là fuori che pensino che io sia un grande esempio. A volte è molto imbarazzante, davvero.</p>
<p>Non so se ho qualche perla di saggezza. Sono andato là per fare quello che mi appassiona. Gli amici che ho perso, e ce n’è stato più di uno, sono morti facendo quello per cui erano appassionati. E’ piuttosto difficile discutere con questo. Non sono morti marcendo in una vecchia casa di riposo da qualche parte &#8211; non che ci sia qualcosa di sbagliato in questo. Ma almeno quei ragazzi sono morti facendo quello che amavano fare. E io sono rimasto ferito facendo quello che mi piace fare. Ho pienamente compreso le conseguenze di quello che stavo facendo, ed ero preparato ad accettarle. E ho. Le accetto assolutamente.</p>
<p><strong>Consigli per i giovani fotogiornalisti</strong></p>
<p>Io sono della vecchia scuola. Io scatterò sempre foto. Non faccio video. Ho cercato di lavorare con i video, ma non sono molto bravo. Fa a botte con la mia fotografia. Ma penso che se sei un giovane, hai più possibilità di trovare un impiego e di avere successo se sei in grado di utilizzare tutti i media disponibili.</p>
<p>Io ho iniziato molti, molti anni fa. E’ stato difficile. Avevamo l’abitudine di trasformare il bagno degli alberghi in una camera oscura. Abbiamo stampato, abbiamo scattato foto, le abbiamo arrotolate in un tamburo e abbiamo trasmesso le immagini in quel modo. Ci volevano circa 20 minuti per foto o qualcosa del genere.</p>
<p>Ma mi piace la nuova tecnologia. Ho accettato la fotografia digitale. Ad essere onesti, a partire dal 2001 non ho più utilizzato una pellicola. Mi ci è voluto molto tempo per arrivarci. Ho iniziato come freelance per il New York Times 15 anni fa. Scattavamo in bianco e nero, e il giornale veniva stampato in bianco e nero. Quando i giornali hanno cominciato a mettere foto a colori mi sono detto: “Oh no! Questo non sta accadendo.” Ma le immagini appaiono molto belle. E’ come qualsiasi altra cosa; l’industria cambia col tempo così come cambia la tecnologia e come è cambiato il bisogno di informazioni.</p>
<p>Credo che l’unico altro consiglio che potrei dare ai giovani fotogiornalisti è la perseveranza. Non è un settore facile. E’ altamente competitivo. Ogni anno ci sono letteralmente migliaia di ragazzi che iniziano a fotografare, e molti di loro hanno talento. Per i freelance ogni giorno è una battaglia. Non ci sono tanti soldi in giro. Ci sono solo alcune pubblicazioni che assumono le persone. Anche se la richiesta di conoscenza e di contenuti è cresciuta il mercato si è ridotto. E’ davvero triste, ma è una realtà ..</p>
<p><strong>Walter Reed</strong></p>
<p>Mentre sono stato al Walter Reed non ho sentito alcun vero bisogno di fotografare. Il mio unico pensiero era recuperare.</p>
<p>Il New York Times ha combattuto duramente per farmi curare dal sistema ospedaliero militare (NdT il Walter Reed è l’ospedale militare dove vengono curati i feriti di guerra). Non è la norma. Ci sono stati altri giornalisti al Walter Reed. Al momento io sono l’unico. E sono grato per questo, perché ho avuto le migliori cure al mondo. Al Walter Reed sono diventati davvero bravi a trattare questo tipo di ferite, soprattutto l’opera di ricostruzione. C’è voluto del tempo, non era facile. Ma mi hanno fatto entrare, e sono assolutamente grato per questo.</p>
<p>Il Walter Reed sta chiudendo. In pratica hanno creato un nuovo impianto a Bethesda, l’ospedale navale. Stanno chiudendo tutto il campus perché è lì da oltre 100 anni. L’edificio è molto vecchio, sapete? E’ solo una per questo. In questo momento ci sono un sacco di soldati feriti. I numeri non sono in diminuzione. Sono in aumento.</p>
<p>Ho 45 anni quest’anno. Ho una moglie, ho figli, ho una casa, ho la macchina, ho la moto. Voglio dire, la mia vita è avviata. La mia carriera è avviata. Questo mi rende molto più facile andare avanti. Ma immagina di avere 19, 20 anni. Hai perso due, tre pezzi del tuo corpo. Molti di questi ragazzi stanno perdendo i loro genitali. Immaginatelo. E’ una cruda realtà. Ci sono un sacco di ragazzi depressi che stanno avendo un periodo difficile per questo.</p>
<p><strong>Obiettivi di recupero</strong></p>
<p>Per le prime cinque settimane sono stato in terapia intensiva, ero sotto farmaci e tutto quel periodo è completamente annebbiato. Entravo e uscivo dalla sala operatoria ogni due giorni. Credo che siano passati sette mesi e mezzo prima di essermi alzato per la prima volta. In quel periodo mi sarebbe piaciuto essere al Military Advanced Training Center, che è il posto dove tutti i marines e i soldati amputati vanno a fare la loro riabilitazione. All’inizio dovevo stare sempre a letto e dovevo essere sollevato per farmi mettere su una delle stuoie dove facevamo gli esercizi. Alla fine sono passato una sedia a rotelle completamente automatica.</p>
<p>Mentre siete a letto in recupero le persone vi pongono dei traguardi. Tutti i medici ti dicono, “Beh, devi arrivare a questa fase.”; Oppure il vostro fisioterapista vi dirà: “Il prossimo mese faremo un test sotto carico, e inizierai a camminare.” E tu pensi: “Oh, wow. OK. Quindi c’è qualcosa. Posso concentrarmi su questo.”</p>
<p>Ora sono un paziente esterno. Vivo nel campus, dove soggiornano i soldati feriti e alle loro famiglie. Ma sto per tornare in ospedale. Devono operarmi ai miei muscoli dello stomaco per eliminare la colostomia, per ricollegare l’intestino al colon.</p>
<p>Il processo di riabilitazione durerà probabilmente un altro anno. Devo arrivare al punto in cui non userò un bastone per camminare. Devo arrivare al punto in cui posso imparare a correre. E quando dico correre non intendo con le blades (NdT le speciali protesi usate da Pistorius). Io non saltavo prima, e non ho intenzione di iniziare a saltare ora. Ho bisogno di correre con questa gamba così quando tornerò a lavorare sarò capace di fare piccoli balzi. Non è un modo elegante di correre, ma è comunque correre. Comunque penso di essere lontano dall’eleganza ora.</p>
<p>Ho intenzione di tornare alla fotografia, senza dubbio. Continuerò a lavorare per il New York Times. E’ solo una questione di tempo. Se posso tornare a combattere, lo farò. Se posso tornare nelle zone di guerra a documentare quello che mi piace fare, lo farò di sicuro. Non c’è alcun dubbio nella mia mente. Mentalmente sono sempre stato forte. Come ho già detto, sono stato pragmatico da subito. Sono rimasto ferito, l’ho visto accadere alle persone intorno a me, quindi è OK. Il mio numero è uscito. I numeri cattivi sono usciti ormai, ora ci muoviamo. Io sono fiducioso.</p>
<p><strong>Cosa hai imparato riguardo alla vita?</strong></p>
<p>Penso che la morte sia una cosa che nessuno di noi può evitare. Così non mi sono mai preso la briga  di pensarci troppo. Ho imparato che la vita è preziosa. Ho imparato che è bello essere vivi. Ogni giorno dopo quella mattina a Kandahar è un dono. (Sto fumando è vero, ma va bene così. Fumavo anche prima. Alla fine la morte arriverà per tutti noi. Nessuno di noi può scappare. Qualcuno ha da accendere?)</p>
<p>Mettiamola così: le gambe non ci sono più, ma sono ancora in grado di accompagnare mia figlia lungo la navata, un giorno, e sto ancora vedendo  mio figlio crescere, e probabilmente finire nei guai.</p>
<p><strong>Tutto ciò che faccio  lo faccio per loro</strong></p>
<p>Vivian ed io stiamo insieme da 24 anni. Lei ha fatto questo percorso con me. Tutti gli amici che ho perso erano anche amici suoi. Ha sempre saputo che c’era la possibilità che qualcosa di brutto potesse accadere. Lei certamente non è ingenua. Era molto turbata. Ma lei è brillante, è una donna molto forte. Ecco perché la prima persona che ho chiamato, steso a terra sanguinante, è stata mia moglie.</p>
<p>E’ stata dura per loro. Ma ci ha anche avvicinato. Voglio dire, siamo sempre stati incredibilmente uniti. E i bambini sono troppo giovani. “Papà è senza gambe &#8211; ma ha le gambe da robot, quindi è figo.” Sai “Papà è un Transformer.” Non li abbiamo tenuti lontani, siamo sempre stati molto aperti e molto adulti nello spiegare esattamente che cosa stava accadendo.</p>
<p>Lo faccio per me stesso, ma come ho detto prima, non c’è onore in quello che faccio. E un sacco di quello che faccio, lo faccio anche per loro. Lo so che suona dozzinale, ma voglio renderli orgogliosi. Voglio fare in modo che abbiano un certo standard di vita. Voglio fare in modo che ci sia cibo in tavola. Quindi questo è quello che faccio. Questo è tutto quello che so fare. E ho paura che è quello che continuerò a fare. Perché questo probabilmente non cambierà.</p>
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		<title>Simone Sbaraglia</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 05:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Cani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografi]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
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		<category><![CDATA[fotografia naturalistica]]></category>
		<category><![CDATA[incontri con i fotografi]]></category>
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		<description><![CDATA[Simone Sbaraglia è un fotografo naturalista. Romano, la sua attività principale è l’insegnamento della matematica nelle università di Roma LUISS e Cagliari. Simone ha girato il mondo alla ricerca della natura più incontaminata. La sua “missione” è documentare la natura in tutto il suo splendore. E a giudicare dal nutrito portfolio che ci ha mostrato, è andato ben oltre questo risultato, poiché le sue immagini stupiscono, ma fanno riflettere tanto. Sono immagini mai banali, tecnicamente perfette ma soprattutto emozionanti, perché hanno il potere di trasmettere tutto l’amore che Simone nutre per il mondo naturale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/simonesbaraglia.png"><img class="size-full wp-image-484 alignnone" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/09/simonesbaraglia.png" alt="" width="522" height="404" /></a></p>
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<p>Simone Sbaraglia è un fotografo naturalista. Romano, la sua attività principale è l’insegnamento della matematica nelle università di Roma LUISS e Cagliari. Simone ha girato il mondo alla ricerca della natura più incontaminata. La sua “missione” è documentare la natura in tutto il suo splendore. E a giudicare dal nutrito portfolio che ci ha mostrato, è andato ben oltre questo risultato, poiché le sue immagini stupiscono, ma fanno riflettere tanto. Sono immagini mai banali, tecnicamente perfette ma soprattutto emozionanti, perché hanno il potere di trasmettere tutto l’amore che Simone nutre per il mondo naturale.</p>
<p>Simone sceglie autonomamente le sue destinazioni. La programmazione di un viaggio nasce spesso da notizie, informazioni, immagini che trova durante le sue ricerche, o durante un banalissimo net-surfing. Se un particolare luogo lo incuriosisce, comincia a raccogliere il maggior numero di informazioni su di esso: geografia, clima, mezzi di trasporto, usi e costumi locali, e naturalmente tutto sulle specie animali e vegetali che in esso si trovano. Spesso Simone ritorna più volte in particolari posti; a conferma del fatto che non ci troviamo di fronte a un “collezionista di viaggi”, ma a un vero e proprio studioso della natura, che sente il bisogno di tornare in un luogo per cercare di capirlo e conoscerlo al meglio. A tal fine viaggia sempre da solo, e ricorre alle guide solo se strettamente necessario.</p>
<p>Le immagini di Simone ci portano in posti meravigliosi: i canyon della Monument Valley, il parco di Yellowstone, il freddo Giappone settentrionale, le foreste indiane, le paludi delle Everglades in Florida, il grande parco del Serengeti. Subito salta all’occhio la grande cura che Simone riserva per scegliere la luce giusta: ogni panorama, ogni roccia, ogni grande distesa, sono ritratti al massimo della loro resa. I colori e la tridimensionalità che Simone riesce a catturare e a tirar fuori sono un valore aggiunto alla bellezza naturale degli scenari. E anche nelle situazioni di luce non ideali la composizione dell’immagine risulta sempre ottimale. Simone ci svela generosamente i dati di scatto e le sue tecniche per l’esposizione e la messa a fuoco. Usa perlopiù un corpo Nikon D300, quindi un formato DX che per la fotografia naturalistica offre due vantaggi: velocità di scatto e “allungamento” delle focali utilizzate su un sensore più piccolo del formato pellicola per il quale sono state progettate. Per quanto riguarda le focali ha un parco lenti dal 16 al 400mm; non si porta dietro mai più di tre-quattro obiettivi, che sceglie accuratamente a seconda dei soggetti che vuole ritrarre. Il treppiede invece è sempre montato: chi fotografa animali e paesaggi non può prescindere da questo accessorio, che dev’essere robusto e al contempo maneggevole. In più, per seguire gli animali in movimento, Simone utilizza una particolare testa a staffa, il sidekick, che permette un miglior bilanciamento e puntamento della fotocamera. Simone utilizza due diversi sistemi di misurazione dell’esposizione a seconda del tipo di scatto: spot per i paesaggi, media ponderata per gli animali; il perché è evidente: l’esposizione media è più veloce. Questa stessa ragione lo porta a scattare raffiche in formato jpeg, per avere il maggior numero di scatti a disposizione per riprendere un animale in movimento. In tutti gli altri casi naturalmente scatta in RAW, per avere un file più lavorabile in sede di sviluppo digitale.</p>
<p>Anche la modalità di messa a fuoco varia in funzione del soggetto: singola per i paesaggi, continua per i soggetti mobili. Spesso per le macro usa una lente apposita, oppure utilizza una lente-filtro Canon che riduce sensibilmente la distanza minima di messa a fuoco delle normali lenti.</p>
<p>Simone “sviluppa” i propri scatti, una volta tornato a casa, con Lightroom e Photoshop. Attraverso Lightroom gestisce l’intero workflow e tutto il suo archivio, organizzato in modo da conservare tutti gli scatti originali e le lavorazioni in varie copie di backup.</p>
<p>Pochissimi sono gli scatti che Simone ha dedicato all’Italia, per due motivi: ogni periodo di “libertà” dal lavoro lo sfrutta per i suoi viaggi, ma soprattutto è difficilissimo trovare nel Belpaese scenari incontaminati dal passaggio dell’uomo, i cui segni vengono da Simone accuratamente evitati in ogni suo scatto.</p>
<p>Noi siamo convinti che Simone sia anche un grande ritrattista: alcuni primi piani di primati, ma anche di rettili e uccelli che ci ha mostrato, hanno un’espressività quasi umana (anzi, spesso sono più espressivi di taluni esemplari umani…). Per questo possiamo affermare senza paura d’essere smentiti che le foto di Simone non solo siano tecnicamente e compositivamente perfette, ma abbiano un’anima propria, ovvero l’anima della Natura che ci parla e che, come vi abbiamo anticipato all’inizio di queste righe, ci fa riflettere.</p>
<p>Per saperne di più su Simone, vedere i suoi scatti e contattarlo:</p>
<p><a href="http://www.simonesbaraglia.com/">http://www.simonesbaraglia.com/</a></p>
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		<title>La fotografia nel XIX secolo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 15:42:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Cani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[alecani]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[storia della fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[XIX secolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Beve excursus della storia della fotografia dalla sua nascita all’avvento del ‘900 attraverso le principali tappe che ne hanno determinato l’evoluzione e la creazione del proprio linguaggio. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La fotografia è una forma di espressione e di comunicazione che si basa sulle immagini. E’ l’unica della quale si abbia una data esatta di nascita: il 7 gennaio del 1839 il deputato francese Louis Arago annuncia all’Accademia delle Scienze di Parigi l’invenzione del dagherrotipo, frutto delle ricerche sperimentali di due francesi, Jacques Daguerre e Joseph Niepce. In realtà questi non hanno fatto altro che perfezionare la tecnica della “<em>camera obscura</em>”, nota sin dal XVI secolo, alla quale aggiunsero una superficie impressionabile su cui l’immagine proiettata veniva conservata per poi essere in seguito riprodotta. I progressi della nuova tecnica non si fermarono, anzi subirono una forte accelerazione che continua tutt’ora, con gli sviluppi della fotografia digitale. Quel che è certo, è che la tecnica fu da subito impiegata nell’arte e nella documentazione di qualsiasi genere: dall’informazione alla ricerca scientifica.</p>
<p>E’ del 1842 il primo reportage fotogiornalistico di cui abbiamo notizia: i tedeschi Stelzner e Biow documentano il vasto incendio che colpì Amburgo nella notte tra il 4 e il 5 maggio.<br />
Il primo libro con immagini, “<em>The pencil of nature</em>” fu stampato da Henry Fox Talbot nel 1844; le foto in realtà furono applicate dopo la stampa poiché i processi tipografici non erano ancora in grado di riprodurre le immagini. Negli anni ’50 dell’ottocento nascono le prime riviste per fotografi: <em>The Daguerreian Journal</em> a New York, il <em>British Journal of Photography</em> a Londra e <em>La Lumiere</em> a Parigi; nascono anche le prime Società fotografiche. A quella francese fu affidato dal governo il compito di documentare il patrimonio artistico della Francia: quattro fotografi della neonata <em>Societeé Heliographique</em>, siamo nel 1850, battono la Francia da capo a piedi fotografando chiese e monumenti. Nello stesso anno l’inglese Greene, al seguito delle spedizioni archeologiche in Egitto, mostra al mondo i siti della Nubia attraverso i suoi scatti. Il successo delle sue foto fu tale che tutte le seguenti spedizioni scientifiche di rilievo ebbero il proprio fotografo ufficiale.</p>
<p>La guerra in Crimea è il primo conflitto documentato fotograficamente da Roger Fenton, su commissione dell’esercito inglese. Gli inglesi documentano anche le repressioni di alcune rivolte delle popolazioni locali nelle colonie britanniche in India, e usano le foto come deterrente per future azioni rivoltose. Fa riflettere l’episodio accaduto pochi anni più tardi: giugno del 1859, a Solferino cadono sul campo di battaglia 30.000 soldati in 10 ore di carneficina. Napoleone III istituisce subito delle squadre di vigilanza per impedire l’accesso al campo di battaglia a ladri spogliatori di cadaveri e fotografi. Nessuno doveva vedere gli orrori della guerra, poiché nessun uomo sano di mente avrebbe più vestito una divisa. Sono appena trascorsi vent’anni dalla nascita della fotografia, e i governi hanno già capito l’importanza della nuova tecnica come strumento di propaganda o di denuncia.</p>
<p>Nel campo artistico la storia dei fotografi è legata a doppio filo con quella degli artisti che rivoluzionarono la pittura: nel 1863, Monet partecipa all’esposizione collettiva di pittura col dipinto che darà il nome alla nuova corrente: “<em>Impression, Soleil Levant</em>”. La mostra si tiene nello studio del fotografo parigino Nadar, famoso per i suoi ritratti a mezza luce. Monet e i suoi colleghi cercano di dipingere la vita, ciò che l’occhio può ammirare tramite la luce del sole all’aperto. Una luce vibrante, abbacinante, dinamica e mutevole. Un processo che i fotografi conoscevano bene… tanto che molti pittori si cimentarono anche col mezzo fotografico.</p>
<p>Sin dalla presentazione del dagherrotipo una schiera di intraprendenti fotografi viaggiò in Europa e America per far conoscere la nuova tecnica e arricchirsi vendendo ritratti e dando lezioni a pagamento. Alcuni di questi si stabilirono nei luoghi dove il loro operato era particolarmente apprezzato, in modo da soddisfare una clientela che diventava sempre più numerosa con il formarsi della nuova classe borghese. In questo modo si diffuse la professione del fotografo. I primi clienti erano persone delle classi più abbienti, poiché un ritratto fotografico costava molto. Spesso le inquadrature erano statiche, le pose erano le stesse usate per i quadri e per gli sfondi venivano allestiti degli scenari di cartone dipinto a olio che rievocavano, a seconda dell’occorrenza, vedute campestri o interni di ricche abitazioni. Il fotografo tendeva a evidenziare il soggetto “sfumando” di proposito il resto della scena. Si otteneva un’immagine soffice, trasognante, molto simile a un quadro. Questa tecnica fu chiamata “pittorialista”, quasi a colmare un gap, o meglio un complesso d’inferiorità dell’arte meccanica rispetto alla creatività di tavolozza e pennello.</p>
<p>L’evoluzione della tecnica fotografica riceve una spinta dai progressi della tecnica: le scene ritratte sono illuminate artificialmente grazie ai primi lampi al magnesio, inoltre si compiono i primi passi verso la fotografia a colori. In questo modo il mezzo fotografico acquista nuovi elementi per la costruzione di un proprio linguaggio, che poggia le sue basi sulle arti figurative ma esprime la sua peculiarità di “copia del reale”. L’intero processo fotografico era, e sarà così per molto tempo ancora, considerato un processo meccanico di riproduzione della realtà, in cui il fotografo aveva un ruolo marginale nella produzione dell’immagine finale. Anche le discussioni in merito appassionano e impegnano le personalità del mondo accademico e scientifico, e vertono sul dualismo arte-tecnica e sulla oggettività, e quindi sulla verità del messaggio trasmesso dall’immagine fotografica. Quest’ultima questione sarà risolta solo nel secolo successivo, con il riconoscimento dell’interpretazione soggettiva dell’occhio del fotografo nella produzione dell’immagine fotografica.</p>
<p>Nel 1867 la fotografia è la regina dell’Esposizione Mondiale di Parigi. Le innovazioni tecnologiche possono paragonarsi all’avvento dei personal computer nell’ultima parte del XX secolo. Intorno al 1870 si affaccia un nuovo genere: la fotografia documentaria sociale. I fotografi si spingono nelle zone più degradate delle città in piena espansione grazie alla rivoluzione industriale. Gli <em>slums</em> di Glasgow, Londra, New York vengono fotografati e mostrati ad avidi lettori che mai e poi mai si sarebbero addentrati in queste zone dove povertà, sporcizia e violenza scandivano la quotidianità delle nuove classi di lavoratori.<br />
Gli anni ottanta del XIX secolo iniziano con l’avvento di una nuova tecnica tipografica: la stampa a mezzitoni, che permetteva di riprodurre pagine con testo e immagini.<br />
Sino ad allora le uniche immagini stampate erano litografie che accompagnavano il testo. Si trattava comunque di opere grafiche frutto dell’abilità dell’artista. Fu il <em>Daily Herald</em> di New York a pubblicare la prima foto, nel 1880. Anno, questo, in cui la fotografia conquistò il grande pubblico non più come prodotto di una professione altamente qualificata, ma come attività da praticare nel tempo libero, grazie all’introduzione sul mercato delle prime fotocamere portatili e delle pellicole a rullo di George Eastman, il quale lanciò la prima Brownie con lo slogan “<em>voi premete il pulsante e noi facciamo il resto</em>”. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, pari forse all’avvento di internet. Chiunque poteva acquistare una Brownie, fotografare, spedire il proprio rullino ai laboratori di Eastman e avere le proprie foto. Le vendite superarono ogni più rosea aspettativa e così Eastman fondò a New York, nel 1892, la <em>Kodak</em>.</p>
<p>Nel 1897 Eugene Atget, fotografo parigino, comincia a fotografare gli scorci della <em>Ville Lumiere</em>. Lo fa con un preciso intento: vendere le stampe ai pittori (soprattutto acquarellisti e vedutisti) che non hanno la possibilità o il tempo di posizionare il proprio cavalletto per le strade di Parigi. Per fare ciò Atget si preoccupa di fornire ai suoi acquirenti il massimo dettaglio possibile, andando contro lo stile fotografico imperante, soffice e trasognante, del pittorialismo. Atget produce, senza volerlo, la prima documentazione architettonica di un’intera città, quella che verrà presa ad esempio da svariate generazioni di fotografi, soprattutto americani, che negli anni ’30 del novecento daranno vita alla corrente della <em>straight photography</em>. Non solo: Atget è il primo caso di fotografo che lavora con l’obiettivo di crearsi un archivio di immagini commerciale, anticipando il fenomeno delle agenzie di <em>photo-stock</em> che domina il mercato della fotografia commerciale dei giorni nostri.</p>
<p>Alle soglie del ‘900 la fotografia ha espresso, nell’arco di soli sessant’anni, gran parte delle proprie potenzialità, preparandosi ad affrontare il nuovo secolo da regina, almeno sino all’avvento della televisione commerciale. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>©2011 ALESSANDRO CANI</p>
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		<title>Enrica e la Ringhiera</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 09:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Sassu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Soci]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[enrica]]></category>
		<category><![CDATA[ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[stefano sassu]]></category>

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		<description><![CDATA["She's going toward the Sun" è un'idea che avevo da un bel po'. Dopo molte prove, sia in studio che in ambiente, ma in orari più comodi, mi sono sentito pronto per provare la session. E questo è il risultato
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>She&#8217;s going toward the Sun</em>&#8221; è un&#8217;idea che avevo da un bel po&#8217;.</p>
<p>Dopo molte prove, sia in studio che in ambiente, ma in orari più comodi, mi sono sentito pronto per provare la session.</p>
<p>Ho contattato Enrica il giorno prima con una delle mie classiche &#8220;proposte indecenti&#8221;, il messaggio che le ho lanciato su Facebook suonava tipo: &#8220;E se ci facessimo una session domani?&#8221; e poi, tipo pensiero tardivo: &#8220;Mattina?&#8221;</p>
<p><span id="more-460"></span></p>
<p>Enrica è una ragazza molto disponibile a cui piace tantissimo posare quindi la sua risposta non s&#8217;è fatta attendere e suona più o meno &#8220;A che ora&#8221;. Mi son detto, o la va o la spacca.</p>
<p>&#8220;Alle 5.45? &#8230; del mattino?&#8221;</p>
<p>E come dicono i nostri amici anglosassoni: &#8220;That&#8217;s all folks!&#8221;</p>
<p>E 5.45 fu.</p>
<p>Ora, un minimo di background <img src='http://www.effezero.it/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':D' class='wp-smiley' /> </p>
<p><strong>TEMA</strong></p>
<div id="attachment_463" class="wp-caption alignleft" style="width: 209px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/08/ALW_7185.jpg"><img class="size-medium wp-image-463" title="Enrica" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/08/ALW_7185-199x300.jpg" alt="Enrica" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Enrica</p></div>
<p>Io ho due passioni, come penso il 99% dei maschi sardi. Le Donne sarde e il Mare sardo, quindi la mia idea è rendere queste due meraviglie del mondo in un unico scatto.</p>
<p>Le Donne sarde sono come il nostro Mare, indipendenti, forti, possenti, crudeli ma non cattive. Una Donna sarda non si potrà mai dominare, ma al massimo potrai condividere un periodo della tua vita con loro. Sono semplicemente, e per mancanza di un aggettivo più calzante, bellissime.</p>
<p>Il Mare, quello sardo come quello di tutto il mondo, è assai simile. E&#8217; una forza semplicemente inesorabile, paziente, possente, forte, crudele ma non cattivo. Contro il mare non vincerai mai. Il massimo che è concesso è un temporaneo pareggio.</p>
<p>Con questo in mente ho cercato uno &#8220;spot&#8221;, come si dice in slang surf, ovvero un luogo adatto come morfologia a rappresentare il mare nella sua calma possanza. Il momento della giornata più adatto, e la modella che meglio incarnava il mio sogno di Donna sarda.</p>
<p>Il risultato è &#8220;<em>She&#8217;s going toward the Sun</em>&#8221;</p>
<p><strong>TECNICA</strong></p>
<p>Ecco l&#8217;attrezzatura utilizzata</p>
<p>* Nikon D300<br />
* Nikkor 35mm 1.8<br />
* Nikon SB900<br />
* Manfrotto 055PROB con testa 222</p>
<div id="attachment_465" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/08/ALW_7134.jpg"><img class="size-medium wp-image-465" title="Prova Flash 1/64" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/08/ALW_7134-300x199.jpg" alt="Prova Flash 1/64" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Prova Flash 1/64</p></div>
<p>La macchina è impostata in manuale, faccio una lettura con l&#8217;esposimetro e la regolo in modo che sia leggermente sotto esposta. L&#8217;SB900 è regolato anche lui in manuale, dopo alcune prove luce, arrivo a regolarlo a 1/8.</p>
<p>La scelta del luogo, ripeto, non è casuale, durante l&#8217;alba il cielo esposto è quello dell&#8217;Ovest, che quindi si colora più lentamente e più drammaticamente, inoltre la modella prende la luce frontalmente e quindi verrebbe ben illuminata. Ancora però scelgo un luogo dove il sole non sorge e colpisce subito, anche questo non è dovuto al caso. Siamo già di mattina presto, quindi la modella è sicuramente sofferente per il poco sonno, obbligarla a mantenere una buona espressione mentre fissa il sole nascente è virtualmente impossibile. Ed ecco perchè uso il flash, simulare la luce diurna e contemporaneamente esasperarla per isolare la modella dallo sfondo.</p>
<p>Decido di fare le foto la mattina presto sia perchè in questo momento la luce è migliore rispetto al tramonto, sia perchè è un periodo notoriamente di calma in mare. Il vento si calma quasi del tutto e il mare, a meno di eventi meteo particolari, è normalmente calmissimo.</p>
<p><strong>ESECUZIONE</strong></p>
<p>L&#8217;appuntamento con Enrica è alle 5.45 alla fine della &#8220;ringhiera&#8221; all&#8217;inizio della Leonardo da Vinci, al Margine Rosso.</p>
<div id="attachment_466" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/08/ALW_7132.jpg"><img class="size-medium wp-image-466" title="It's a long time, indeed" src="http://www.effezero.it/wp-content/uploads/2011/08/ALW_7132-300x199.jpg" alt="It's a long time, indeed" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">It&#39;s a long time, indeed</p></div>
<p>Enrica, come tutte le donne che si rispettino, fa quei 30 minuti di ritardo accademici, durante i quali io faccio due scatti in lunga esposizione.</p>
<p>Enrica arriva e scendiamo nella spiaggetta che si trova subito sotto il ristorante. Dopo le prove flash inizio subito a scattare, ed è subito magia!</p>
<p>Le foto sono esattamente come immaginavo dovessero essere ed Enrica è perfetta nell&#8217;idea che avevo io di Donna sarda.</p>
<p>Decido subito di tenere i temi limitati, infondo io non ho più di un&#8217;ora, un&#8217;ora e mezza per fare tutto e poi andare a lavoro, quindi decido di fare solo una serie con il costume e una con il copricostume.</p>
<p>Le foto già sul display sono perfette!</p>
<p>Niente da dire, una modella strepitosa, un mare meraviglioso, un&#8217;idea mediocre&#8230;</p>
<blockquote><p>In una fotografia ci sono sempre almeno 2 soggetti, Il modello e chi osserva</p></blockquote>
<p>Spero siate degli ottimi soggetti anche voi</p>

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